

66ª MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA
A cura di Francesco Alinovi
2 -11 SETTEMBRE 2009

Rieccoci qui ai blocchi di partenza, Venezia 66, appena sbarcati (a proposito, quest’anno non c’è stato il solito mezzo euro di aumento del vaporetto, siamo sempre fermi a €6,50, se ne saranno scordati?) ad una mostra della quale non si è ancora visto nessun film e quindi, almeno nel pezzo iniziale, si indugia a parlare più che altro delle infrastrutture e dei servizi offerti, cercando di criticare il vecchio che è rimasto ed il nuovo che sta arrivando. Ma andiamo con ordine.
Forse è per via che oggi è solo il 1° Settembre (la Mostra inizia ufficialmente domani), fatto sta che intorno al nostro caro, vecchio Palazzo del Cinema c’è qualcosa a metà tra un cantiere e un teatro di operazioni belliche. E non parlo del solito parco macchine (Lancia, ça va sans dire…) o dei soliti nugoli di solerti funzionari delle forze dell’ordine in sovrappeso. Parlo di transenne, prefabbricati da cui entrano ed escono uomini impolverati in canottiera, assi di compensato adagiate ovunque, trapani che avvitano, vespasiani chimici da palazzo in costruzione, vie chiuse, altre aperte, volti spaesati… la ricerca del modo di spostarsi più veloce lungo questo esiguo fazzoletto di terra richiede un giorno solo per sé. Dal terzo piano del palazzo del Casinò (la sala stampa da cui vi sto scrivendo adesso) si vede una cosa che assomiglia a Ground Zero: in realtà è l’area su cui sorgerà il nuovo Palazzo del Cinema (sì, proprio lui, proprio quello dove l’anno scorso Sandro Bondi ha posato la prima pietra e ha –forse, speriamo di no- declamato una delle sue micidiali poesie Haiku), solo che adesso è una polverosa tabula rasa, desolata. Non dà l’idea che i lavori stiano procedendo alacremente e, se ti capita di vedere su un pannello la forma che avrà il lavoro finito, non te ne preoccupi più di tanto. Prima di una proiezione, una signora mi ha sussurrato all’orecchio che sono fermi per finire la bonifica di tutto l’amianto che hanno trovato lì sotto, messo non si sa da chi tanto tempo fa. Bene, forse tra 20 anni questa storiella mi tornerà in mente, ma non mi farà ridere granché. Ovvio che ogni cosa, causa questo cantiere, non è più al suo posto: i soliti paninari punkabbestia e i soliti baretti hanno traslocato, devo ancora capire bene dove, al posto dei soliti stand intorno alle sale ci sono 3 o 4 ristoranti pizzerie in qualche modo patrocinate da un ministero, qualcosa di istituzionale, non ho capito bene. Quello che mi ricordo benissimo invece è che dovrebbero essere convenzionati con gli accreditati (che in italiano vuol dire farli pagare meno, mi pare) e promuovere (cito testualmente) “l’eccellenza enogastronomica italiana nel mondo”. Ho un brivido: ogni volta che mi sento dire “eccellenza italiana nel mondo” so che c’è qualcuno che sta cercando di fregarmi rifilandomi una ciofeca tricolore a caro prezzo, un po’ come vendere automobili del valore di 50mila euro a 200mila euro (vero Luca Cordero?). Ho la conferma di tutto questo quando un amico mangia in una delle suddette pizzerie e paga 11 euro per un trancio di pizza ed un bicchiere di Peroni. Niente Coca, non è italiana si sente rispondere.
Sul versante delle sale registriamo la neonata Sala Perla 2 (magari la location quasi in mezzo alla strada è infelice, ma l’intento di moltiplicare le sale è più che lodevole), per tutte le proiezioni delle rassegne collaterali e, con animo ben diverso, registriamo invece l’ennesimo cambio di nome del povero bistrattato PalaGalileo: non bastava averlo chiamato PalaLido, quest’anno gli è stato dato il colpo di disgrazia con PalaDarsena… a quando PalaFrittoMisto? Suona bene e resta in mente.
Meno male che domani cominciano i film.
MARTEDI' 1 SETTEMBRE
FUORI CONCORSO
REC2
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Di Jaume Balaguerò e Paco Plaza
Tutti ricorderanno il primo REC (peraltro presentato sempre qui) e la sua innovativa (?!?) soluzione narrativa di mostrare tutto il film attraverso la macchina da presa di una terrorizzata troupe televisiva trovatasi, suo malgrado, chiusa in un palazzo dove si era scatenata una mostruosa epidemia in grado di trasformare le persone in sanguinari zombies. Bene, ci dicono i registi, tutto quello che credevate è falso (come se ce lo fossimo inventati noi), in realtà questi sono demoni e la loro “demonità” passa attraverso il sangue proprio come se fosse un virus: ora mandiamo dentro un commando di SWAT spagnoli dalla parolaccia facile insieme ad un prete in incognito e, attraverso le loro telecamere, vi facciamo vedere quanto verranno allegramente massacrati.
L’intento di catturare un pubblico teenager è smaccatamente chiaro, la stessa trama strutturata a blocchi degna del più banale videogame non lascia alcun dubbio e, guardandolo, mi sono sentito più o meno come si doveva sentire un novantenne di fronte a Grease al tempo della sua uscita. La soluzione narrativa della telecamera traballante sembra messa lì più che altro per coprire le imperizie della regia, l’unica cosa che pare salvarsi è la trovata di raccontare 2 volte la stessa storia con due punti di vista diversi, anche se nemmeno questa è una cosa nuova e, sempre in tema di videogiochi, quel capolavoro di Half-life già lo faceva nel lontano 1998. Sul fronte degli effetti speciali stiamo sul no comment giusto per non infierire: del resto, un demone-zombie-ex-umano che salta addosso ad un soldato terrorizzato non viene inquadrato benissimo dalla telecamera che questo porta sull’elmetto, il che dà l’idea che qui si sia andati sul risparmio.
In conclusione dobbiamo essere grati a pellicole come queste che ti fanno apprezzare qualunque cosa venga dopo di loro, certo è che la Mostra del Cinema di Venezia non è una pattumiera e non ci dovrebbe passare ogni cosa, per quanto fuori concorso.
CONCORSO VENEZIA 66
BAARIA

Di Giuseppe Tornatore
La vita della città di Bagheria, chiamata dai fenici “porta del vento” ricostruita attraverso tre generazioni di una famiglia e le sue lotte: dapprima per la sopravvivenza, successivamente per la propria istruzione e dignità, raccontate attraverso un impegno politico che è tutt’uno con le ombre della Sicilia postbellica.
Pare abbastanza chiaro che il regista siciliano sia ad un punto di svolta, magari non tanto con la sua carriera, quanto piuttosto con sé stesso. Non si spiegherebbe in altro modo la volontà che traspare dal film di tirare, in un certo senso, le somme; di riunire (magari anche tirandoli un po’ per i capelli) tutti i topos cari al suo cinema giusto per farli comparire in quella che, probabilmente, considera usa specie di testamento spirituale ante litteram. Volutamente barocco, sontuoso, omnicomprensivo: queste sono le parole che vengono naturali guardando i 150 minuti (dichiarati, in realtà sono più di 165) di una storia corale, volutamente sfasata in cui, a tratti, pare di essere presi di peso e trasportati dentro a “Nuovo Cinema Paradiso” o “Malena” (giusto per citare solo i due più smaccatamente presenti). Il regista fatica a trattenersi e, nonostante la durata, si sente compresso in una gabbia angusta che fatica a contenere tutta la sostanza di cui lui vorrebbe riempirla: questo, in ultima analisi, è il pregio e il difetto principale dell’opera. Scade così più di una volta nel siparietto comico fine a sé stesso, le gag (più o meno sguaiate) che fanno colore epoco altro attraversano un’opera ampia, sfaccettata e sempre in bilico tra il lirico e il (voluto?) grottesco, così piena di volti e comparsate eccellenti (per volontà dello stesso Tornatore tutte con il proprio momento sotto i riflettori) che, se da una parte rendono giustizia alla molteplicità di una terra profondamente interiorizzata, dall’altra a lungo andare stancano e scadono nel macchiettismo a tratti un po’ troppo gigioneggiante (Beppe Fiorello in primis è ai limiti della sopportabilità). Su questo registro il finale, o meglio l’orgia di finali (ognuno dei quali sembra l’ultimo) che si affastellano l’uno sull’altro come se il regista non fosse mai soddisfatto del precedente e ne proponesse un altro giusto per raccogliere meglio le fila della narrazione.
Questo per quanto riguarda le parti in ombra, d’altro canto l’opera nella mente di Tornatore è un boccone forse troppo grande per chiunque (e forse lo sa benissimo anche lui): di questo ne va preso atto e, se si considera tutto quanto detto sopra in termini di una caratteristica non eliminabile da un progetto così ambizioso e profondamente sedimentato nel sentire personale dell’autore, rimane il piacere di un opera di ampio respiro, fatta di campi lunghissimi e di una ricerca poetica non trascurabile né disprezzabile. Rimane un atto d’amore, che non è cosa da poco. Prova superata, anche se ai punti.
Post scriptum: A 12 ore dalla prima proiezione per la stampa di Baarìa si registrano 2 cose. La prima, positiva, è che l’opera, sedimentandosi nella mente dello spettatore, prende corpo e piacevolezza. La seconda, purtroppo, è che le marchette televisive nei confronti di questo film si stanno moltiplicando in maniera epidemica. Se, da un lato, ci si aspettava un Gigi Marzullo garrulo e pavoneggiante che, nella sua prima puntata dal lido, praticasse un panegirico monotematico della pellicola; meno ci si aspettava che facesse addirittura intervenire al telefono il presidente del consiglio Silvio Berlusconi (leggasi il patron della Medusa, la casa distributrice del film) per farlo parlare della grandezza di Tornatore e della sua Baarìa, del fatto che lui non va al cinema da anni perché non riesce ma che tuttavia questo è un film che non si può permettere di non vedere, ecc. ecc. Praticamente è un po’ come entrare in un’osteria e chiedere all’oste se il suo vino è buono. Comunque sia, per tutte le suddette ragioni va premesso che il film si promone fin da subito come un candidato serissimo (e lo intendiamo veramente) al Leone. Così è, se vi pare.
CONCORSO VENEZIA 66
THE ROAD

Di John Hillcoat
Un’odissea, disperata e senza fine, di una coppia di viandanti, padre e figlio, intenti a vagare per le strade desolate di un’America colpita e distrutta da una guerra nucleare di qualche anno prima. In bilico tra pensieri suicidi e fughe dai resti di un’umanità degradata e cannibale, il loro viaggio conosce l’epilogo una volta arrivati sulla costa orientale.
Chi ha più di 35 anni ricorderà certamente quel serial che i genitori non volevano mai farci vedere, I Sopravvissuti, che andava in onda (mi pare, vado a memoria) sulla TV Svizzera, quello che, dopo i tioli di coda, ci faceva apprezzare nuovamente di avere in casa frigoriferi pieni di cibo non avariato e senza topi, rubinetti con acqua corrente, scaldabagni, ecc… Sappiamo benissimo che oggi quello sceneggiato provocherebbe un brivido solo ai nostalgici e che ad un bambino di oggi, allevato a pane e Playstation, non farebbe un emerito baffo. Ecco, per dirla in breve, la visione di The Road (tratto dal libro premio Pulitzer di Cormack McCarthy) nel 2009 ha lo stesso effetto dei Sopravvissuti nei primi anni 70. Disperato e disperante, atroce, spietato (ci sono un paio di scene che vorrei tanto descrivervi, ma non sono uno di quelli…) eppure anche dolce, tenero nell’ambiguità di un rapporto tra padre e figlio, degeneratosi al punto tale per cui amore è cercare di mantenere la propria discendenza in vita oppure, a seconda del momento, procurarle una morte veloce e indolore. Una serie di location innovative, strabilianti per l’impatto visivo e una fotografia livida e crepuscolare sono i punti di forza di questo film. D’altro canto va segnalato un Viggo Mortensen un po’ troppo atono e monocorde nella parte del padre, insieme a qualche incertezza nei dialoghi che fanno apparire il figlio in età preadolescenziale con un carattere che oscilla tra la gelatina e un commando in missione. La natura intrinseca del road movie si fa ovviamente vedere, spezzettando la narrazione in una serie di eventi e di incontri a carattere un po’ troppo episodico, ma viene da dire che non potrebbe essere altrimenti; mentre è notevole la sovrapposizione narrativa di momenti pre-olocausto con brani del presente, creando una serie di squarci nella trama che, volutamente, non ricrea una narrazione completa ed esaustiva ma lascia che sia la mente dello spettatore a riempire i buchi che il regista lascia in sospeso: piacevolmente, quest’opera non lascia l’amaro in bocca per i momenti che decide di non documentare. I radical chic (quelli che non vedevano l’ora che arrivassero i titoli per farsi una bella fischiata) vi diranno che è un filmaccio americano come tanti, che non vincerà mai (in questo probabilmente hanno ragione). Ma voi al cinema ci andate anche per essere intrattenuti, vero?
MERCOLEDI' 2 SETTEMBRE
FUORI CONCORSO
LE OMBRE ROSSE

Di Francesco Maselli
Un intellettuale di fama internazionale viene invitato da alcuni militanti di sinistra al centro sociale “Cambiare il mondo”, da loro stessi gestito. Durante un’intervista, l’intellettuale lancia l’idea di trasformare il posto, evolvendolo in una non meglio definita “casa della cultura” senza per questo tradire i suoi ideali militanza e ricovero dei senzatetto. L’idea rimbalza lungo tutti i mass media europei, acclamata praticamente all’unanimità. Grandissimi nomi dell’arte e dell’architettura vengono coinvolti per porre le fondamenta a questo sogno che, prevedibilmente, naufraga impietosamente tra i mille scogli fatti di incomprensioni, litigi e voltafaccia.
Il progetto di Maselli (peraltro chiacchieratissimo e atteso oltre misura fino al momento del buio in sala) è ambizioso quasi quanto quello dei protagonisti del suo film: parlare dell’ideologia di sinistra, delle traduzioni pratiche di questo sogno e del suo misero naufragio, magari riuscendo anche per primo a sviscerarne le Cause Ultime. Peccato che non riesca, nemmeno per un istante, a chiamarsi fuori da un binomio che asfissia il film: da una parte un cripto-documentarismo che non fa mai decollare il ritmo e, anzi, lo incatena in una specie di lezione cattedratica, pedante (ora ti spiego cos’è un centro sociale, ora ti spiego cosa dice uno di sinistra…); dall’altra pecca di un’ingenuità devastante nella caratterizzazione di cosa sia o possa essere un’ideologia e che cosa passi per la mente di un suo adepto lasciando che ogni cosa sia abbozzata, che ogni suo personaggio sia l’esatto prototipo del ruolo che ricopre, monodimensionale, esattamente quello che ci si aspetterebbe se quest’opera fosse di natura dissacrante. I militanti sono macchiette di loro stessi, gli intellettuali intontiti e incomprensibili, gli arricchiti sono tutti ex-sessantottini che hanno tradito i propri ideali, i banchieri sono avidi e stupidi e via di questo passo. Il tutto condito da zoomate e movimenti di camera che appaiono irrimediabilmente ingenui. E dire che Maselli dovrebbe essere sorretto da un cast rispettabile che però, inspiegabilmente, più e più volte lo tradisce con un’interpretazione stanca, meccanica (Roberto Herlitzka a tratti ha la mimica e la gestualità di Mike Bongiorno, Ennio Fantastichini beh… è sempre Ennio Fantastichini, Arnoldo Foà fa quel che può). Solo in ultimo certe espressioni sopra le righe sembrano essere frutto della volontà di dare al tutto una parvenza da pièce teatrale ma, visto tutto quanto detto sopra, non è nemmeno detto che sia una cosa cercata.
GIORNATE DEGLI AUTORI
JE SUIS HEREUX QUE MA MERE SOIT VIVANTE

Di Claude Miller e Nathan Miller
Di due fratelli, entrambi adottati dalla stessa nuova famiglia, il maggiore conserva una vera e propria ossessione nei confronti della madre naturale, ricordando a tratti ancora il suo volta. Sin da adolescente mostra il suo carattere insofferente verso i nuovi genitori, non riconoscendoli come tali, e si impegna anima e corpo per ritrovare la vera madre. Riuscirà nel suo intento, scoprendo poco a poco l’ambiguità del legame che ancora lo vincola a lei.
I due registi, anch’essi padre e figlio nella vita reale, devono saperla evidentemente lunga su quel microcosmo di ansie, affetti e fratture non confidate che intercorrono in un rapporto come questo. Non solo: la loro maestria nel saperle rendere su schermo è encomiabile, la loro mano è visibile per tutta la durata del film mentre mantiene un controllo pressoché perfetto della situazione. Non ci sono picchi o deflazioni nel ritmo, quanto piuttosto un crescendo misurato, calibrato. L’inevitabile climax finale, per quanto improvviso e repentino, non lascia lo spettatore frastornato, come se un meta-linguaggio subliminale gli suggerisse in continuazione che cosa accadrà dopo, e non certo perché la trama sia troppo scontata; anzi, a tal proposito, l’ambiguità dei rapporti genitori-figli (a tratti c’è persino l’ombra dell’incesto) è protratta fino alla fine. Semplicemente perfetta la fotografia ed eccezionale la prova degli attori, al punto che più di una volta mi sono ritrovato a pensare come possa il cinema francese, al contrario di altri, disporre di un simile vivaio o, ma forse è la stessa cosa, come siano in grado i registi d’oltralpe di relazionarsi così bene coi propri interpreti, soprattutto con quelli in tenerissima età (e qui penso alla piccola protagonista di “Ponette”, forse la Coppa Volpi più giovane al Lido, nel 1996). Un’opera nel suo complesso estremamente misurata, senza sbavature di sorta.
GIOVEDI' 3 SETTEMBRE
GIORNATE DEGLI AUTORI
APAN (The Ape)

Di Jesper Ganslandt (Svezia)
Protagonista di questo primo film delle giornate degli autori è un insegnante di scuola guida sulla trentina. Il suo comportamento, dapprima imperturbabile, è sempre più scosso da scatti d’ira e velato da un autolesionismo di fondo. Il regista lascia scoprire solo a pellicola inoltrata l’agghiacciante verità: la moglie giace in casa (non si sa da quanto tempo) in una pozza di sangue, senza vita, mentre il figlio è a letto e lamenta dolori per una profonda ferita. Da questo momento in poi è solo una discesa senza ritorno verso la pazzia.
Partendo proprio da quest’ultimo punto, è interessante notare come il regista non sia minimamente interessato a ricostruire la dinamica dell’accaduto sotto l’aspetto criminologico o penale: gli indizi gettati sull’eventuale colpevolezza del padre-marito-protagonista sono superficiali e contraddittori. Si preferisce piuttosto lasciare che la macchina da presa insista sulla sua solitudine con un uso (a tratti fin quasi nauseante) del primissimo piano, con una sfocatura pressoché totale di ogni cosa lo circondi. Certo è che, per quanto interessante, così facendo si dà presto fondo alla mimica dell’attore che, per quanto capace e calato nella parte, mostra presto il limite. C’è una marcata insistenza nell’ostentazione della tecnologia che, nonostante faccia parte della nostra vita, ci lascia isolati nel nostro dolore: automobili, cellulari, auricolari bluetooth (di quest’ultimo il protagonista cerca di disfarsene seppellendolo insieme ad un coltello) vengono mostrati in abbondanza con l’effetto di “svestire” l’interiorità del dolore e, se possibile, scarnificarla ancora di più.
La sensazione è però che il film, per quanto interessante, avrebbe potuto essere molto di più: in questo senso non aiuta nemmeno la visita rituale, che accompagna lo straniamento del protagonista, ad una serie di luoghi quasi prevedibili nella loro successione: centri commerciali, negozi di giocattoli e infine pure la messa cantata… un po’ troppo la fiera del dejà vu per far gridare al capolavoro.
GIORNATE DEGLI AUTORI
CELDA 211

Di Daniel Monzòn (Spagna)
Una futura guardia carceraria (prenderà servizio da lì a 24 ore) lascia a casa la moglie incinta al sesto mese per visitare la prigione in cui dovrà lavorare e conoscere i suoi futuri colleghi. Rimarrà intrappolato in una rivolta di detenuti che cambierà per sempre la sua esistenza.
Piacevolissima sorpresa in un genere, quello carcerario, ormai stantio e quasi narcotizzato dagli ultimi tentativi falliti, Celda 211 non ha pretese artistiche di alto livello, non vuole strafare ma, come si dice, quel poco lo fa davvero bene. Personaggi credibili, ambientazioni non troppo ricche e temperate da un sapiente uso del chiaroscuro, una sceneggiatura tutto sommato di buon livello fanno di questo film una piccola perla che si lascia apprezzare senza mai scadere di livello. Apprezzabile il ritmo, ottenuto con accostamenti di scene tra l’interno e l’esterno della prigione e, ancora più godibile, il silenzioso dilemma psicologico che, ben calibrato, si insinua nella mente dello spettatore e, per gradi, gli fa capire come la differenza di ruoli a volte sia solo un fatto di abiti, divise o dello stare da una parte delle sbarre piuttosto che dall’altra. Come nel “The Experiment” di quasi dieci anni fa, ma con molto più successo. Oscuro, indigesto, disperato. Magari non invecchierà prendendo gusto come i classici ma rimane da vedere, almeno una sola volta.
VENERDI' 4 SETTEMBRE
ORIZZONTI
FRANCESCA

Di Bobby Paunescu – sezione orizzonti
Francesca è una ragazza rumena sulla trentina che vive nel suo paese, pur desiderando con tutte le sue forze tentare la fortuna emigrando in Italia. Per mettere insieme i 2000 euro necessari per il viaggio (come pattuito con un ambiguo faccendiere) dovrà lottare anche contro un fidanzato nullafacente e pieno di debiti e, non ultimo, contro un padre che non vede di buon occhio gli italiani.
Prima della parte succosa di questa recensione, che trovate qui sotto, facciamo prima il nostro dovere e trattiamo il film come se fosse uno dei tanti. Per buona parte dei quasi cento minuti di durata complessiva il tutto promette bene, i dialoghi sono misurati, le ambientazioni interne sono essenziali ma ben studiate mentre quelle esterne offrono scorci evocativi di Bucarest. Tutto lascia pensare ad un’altra piccola scoperta nel cinema rumeno, il regista muove tutto con dosata misura in quello che sembra un progressivo crescendo e, complice anche il tema del film, ci si aspetta da un momento all’altro la degenerazione in un vortice disperato che parla di immigrazione clandestina, prostituzione, violenze inenarrabili e tutto il resto.
Invece no, nell’ultimo terzo di pellicola ci si accorge che la cosa volge un po’ troppo per le lunghe, Francesca (una bella e brava –anche se un po’ monocorde- Monica Birladeanu) non è ancora partita, la macchina da presa sembra passare dalla mano del regista a quella di qualcun altro, tanto è netto il cambio. Esterni statici, una lentezza appiccicosa in ogni scena… purtroppo la speranza che lo spettatore aveva tenuto viva per tutto il film è destinata a rimanere frustrata: peccato davvero.
E qui arriva il bello. Molti curiosi sono stati attratti dal film anche per la voce che circolava qui al Lido di un’opera che metteva in cattiva luce gli italiani. A parte il fatto che di italiani nel film non ce n’è nemmeno l’ombra, è interessante notare come nella visione “oltrecortina” rumena, l’italiano sia temuto e visto come depravato sanguinario esattamente come qui da noi l’opinione comune giudica i rumeni. Ma come farà Domenico Procacci (presente in sala alla prima) a distribuire in Italia un film che:
- chiama gli italiani “maccheronari” e “stronzi”
- senza mezzi termini definisce Alessandra Mussolini una prostituta per le sue idee in materia di immigrazione rumena
- lo stesso sindaco di Verona, pur non rimanendo colpito come la Mussolini, dello “stronzo” se lo prende anche lui.
Che farà Domenico Procacci? Taglierà tutto? Farà un doppiaggio creativo? Siamo proprio curiosi.
CONCORSO VENEZIA 66
LOURDES

Di Jessica Hausner
Uno spaccato della vita e delle attività di una piccola comitiva di pellegrini durante i giorni di visita al santuario della Madonna di Lourdes, in bilico tra la ricerca della pace interiore e quella di un anacronistico miracolo. Una ragazza costretta sulla sedia a rotelle per una paralisi pressoché completa affronta il pellegrinaggio con un certo scetticismo anche se ad un tratto pare proprio essere lei la predestinata per questo dono.
La sensazione di piacevolezza che avevo al termine della proiezione, dopo una notte di sonno in laguna, è stata sostituita dallo spavento: devo ammettere che la Hausner con la sua prova è riuscita a incutermi timore. Il perché sarà chiaro tra poco (ovvio che non sto parlando della tematica del film!)
Con l’aiuto di una fotografia limpida, cristallina, sorretta nondimeno da un supporto digitale ai limiti del fotorealismo, la Hausner riesce nell’intento non dichiarato di far sparire la sua mano dall’opera, occultando l’esistenza della macchina da presa allo spettatore. Ci si illude di prendere parte sul serio (o perlomeno di assistere) al pellegrinaggio, si è spinti a credere di avere davanti uno spaccato neutro, imparziale della vita dei pellegrini, delle loro sofferenze e delle (nondimeno presenti) cattiverie e invidie. Ho pensato di essere solo di fronte a certe scene, ho creduto di essere stato l’unico a notare il ridicolo di certe situazioni imbarazzanti, mi sono sentito cinico nel sorridere dell’ipocrisia di un rituale liturgico non sorretto dalla fede. Ma è chiaro che la nostra solitudine è solo illusoria: la mano c’è ma non si vede, per questo il lavoro risulta ancora più pregiato.
Il film è una piccola perla che stilla un continuum di particolari sottili ma evidenti, cose che sembrano sgorgare con naturalezza dalla mente dello spettatore che si illude di aver colto qualcosa di non ricercato. L’arte di far nascere sensazioni, pensieri, addirittura opinioni lasciando credere che nessuno ci abbia portato fin lì. Mi ha fatto paura, dicevo, la Hausner: terrò d’occhio il suo nome d’ora in poi, cercandolo nei titoli di coda di ogni documentario. Dovessero darle l’incarico di realizzare qualcosa di matrice politica, sarebbe in grado di farmi credere qualunque cosa. Con l’aggravante di convincermi che l’ho pensato io. ;-)
Basterebbero solo le scene di relax tra i volontari e le damigelle di carità, piuttosto che le risposte imbarazzate di un prete a domande sulla fede, per rendere questo film degno di nota, ma c’è anche molto di più. Una critica feroce all’ipocrisia annidata nell’animo umano che rende l’uomo (anche quello dotato di fede) una creatura ben poco sociale e propensa al bene dei suoi simili.
Non credo che la particolarità di questo film lo renda un candidato credibile al Leone, ma non per questo dobbiamo essere meno grati a chi lo ha portato fin qui.
CONCORSO VENEZIA 66
LIFE DURING WARTIME

Di Todd Solondz
Un uomo esce di prigione dopo aver scontato la pena per una pesante accusa di pedofilia, una donna inizia un rapporto sentimentale con un uomo che lei giudica poco attraente, un’altra cerca invece di affrancarsi da un marito viscido e perverso, un bambino indaga il modo migliore per diventare uomo a tutti gli effetti: la ridda di vite e sentimenti si fonde portando avanti i temi dell’ottimo “Happiness”
Diciamo la verità: dopo quella prova piuttosto sottotono di “Palindrome” (passato da queste parti nel 2004) a chiunque verrebbe voglia di tornare in sella al proprio cavallo di battaglia, non è quindi meritevole di troppo biasimo il nostro Solondz se cerca di recuperare lustro riproponendo le situazioni sociali da lui preferite e investigate già 10 anni fa con il suddetto “Happiness”. La guerra di cui si parla nel titolo (e che dà il nome anche al brano principale della colonna sonora, con testi dello stesso regista) è una guerra intima, per coloro che hanno perso senso e direzione, oppure pubblica, in confronti tra persone che mostrano dialoghi sempre vivaci, freschi, attuali. La macchina da presa compie un lavoro minimalista nelle inquadrature mentre il regista cerca di intessere una rete di rapporti conflittuali e concetti contrastanti, che in buona parte hanno decretato la sua fortuna. Certamente manderà in visibilio i fans di vecchia data che cercano sempre di prolungare l’esperienza con qualcosa in più (quello che gli inglesi chiamano “more of the same”), gli altri potrebbero storcere il naso perché un po’ tutto sa di già visto. Operazione furbetta, ma del resto è anche, fino ad ora, uno dei film più papabili per il Leone, se l’esperienza degli anni passati non mi tradisce.
P.S. Noto con piacere che, alla fine di questa terza giornata di Mostra, i film in concorso si attestano quasi tutti su un livello medio-alto, al contrario degli anni scorsi dove sono passate certe ciofeche che ti facevano domandare chi selezionasse i film per il concorso. Per adesso la rassegna in concorso rivaleggia con le sezioni collaterali (settimana della critica e giornate degli autori) che, a mio parere, hanno sempre strappato giudizi complessivi più lusinghieri. I casi sono due: o, per uno strano gioco delle probabilità, quest’anno le ciofeche sono finite negli ultimi giorni oppure, se si continua di questo ritmo, sarà il Leone più combattuto degli ultimi 15 anni.
SABATO 5 SETTEMBRE
CONCORSO VENEZIA 66
IL CATTIVO TENENTE - ULTIMA CHIAMATA NEW ORLEANS

Di Werner Herzog
Nella città di New Orleans appena devastata dall’uragano Kathrina, il sergente Terrence McDonagh si guadagna con un atto di eroismo il grado di tenente. Da qui inizia la sua lenta e inesorabile discesa nel ventre nero della dipendenza da droghe e del gioco d’azzardo, unita ad una condotta sempre più immorale che culminerà nell’entrare in affari con malviventi e spacciatori. Il tutto accade durante un’indagine delicata relativa ad una famiglia di immigrati africani sterminata nell’ambito delle lotte tra bande di narcotrafficanti.
Pur trattandosi di un remake (involontario in quanto Herzog dice di sapere poco o nulla dell’omonimo film di Abel Ferrara), va precisato che, a parte le abitudini poco edificanti del suddetto tenente, le due trame divergono quasi subito. Nicholas Cage, dai tempi del “World Trade Center” di Oliver Stone, è abituato a trovarsi in mezzo ai peggiori cataclismi americani. In questo caso, la prodezza di salvare un detenuto dalle celle allagate per l’uragano gli procura un mal di schiena che lo fa camminare come uno storpio emiparetico per tutto il film, salvandolo dalle critiche che avrebbe ricevuto per l’interpretazione un po’ legnosa (ok, l’ho detto lo stesso, già che ci sono allora dico anche che mi sarebbe piaciuto vedere al suo posto quel Val Kilmer che qui fa poco più di una comparsa).
Le atmosfere che Herzog vuole abbracciare per la sua opera sono quelle del romanzo giallo hard-boiled, quelle di un profondo sud un po’ reazionario, umido e malsano e, va detto, a conti fatti ci riesce. Peccato però che, durante il film, ci si diverta un po’ troppo a scimmiottare il tutto infarcendo la trama di situazioni (quasi fossero numeri di cabaret a sé stanti) che fanno assomigliare l’opera finale ad una misto di “L.A. Confidential” e “Una Pallottola Spuntata”. La scena in cui il durissimo Cage leva la canna dell’ossigeno ad un’anziana signora in sedia a rotelle per farla confessare minacciando con la magnum 44 la badante di colore è da antologia della risata. La discesa agli inferi del nostro tenente, lungi dall’essere cupa e tragica, è costellata da tante delle suddette pillole di buonumore e lo stesso dicasi per il suo ritorno alla vita normale: in 2 minuti di film viene risolto il mistero dei 5 africani assassinati, il tenente si scrolla di dosso i creditori e gli spacciatori con cui era sceso in affari e, non ultimo, evita un’indagine degli affari interni.
Intendiamoci, l’opera non è un flop: c’è la mano di un veterano e si vede, alcuni addirittura possono ascrivere le cose che mi hanno infastidito all’imprescindibile marchio di fabbrica di Herzog. Tutto sta probabilmente al gusto personale e a quanto si sia disposti ad accettare cambi continui del tono narrativo. Tutto qua.
Riguardo alla diatriba tra Herzog e Ferrara, quest’ultimo ha dichiarato che “quelli che fanno remake dovrebbero andarsene all’inferno o stare tutti sullo stesso autobus quando esplode”. Herzog invece, molto più blandamente ha ribadito di non aver mai visto un film di Ferrara anzi, di non conoscerlo per niente. Addirittura alla conferenza stampa del film gli ha idealmente teso la mano dicendosi sicuro che “incontrandosi e parlando davanti ad una bottiglia di whisky si potrebbe appianare tutto”. Werner, Werner, perché dici le bugie? Si vede chiaramente che conosci Abel Ferrara molto bene!
CONCORSO VENEZIA 66
MY SON, MY SON, WHAT HAVE YE DONE? (film a sorpresa)

Di Werner Herzog
Due agenti di polizia arrivano sulla scena di un omicidio consumatosi pochi minuti prima: la vittima è un’anziana signora e l’unico indiziato pare proprio essere il figlio, ultimamente afflitto da una salute mentale assai precaria. Quest’ultimo, nel frattempo, si è già barricato in casa con due ostaggi e sarà compito dei due agenti, con l’aiuto della fidanzata dell’assassino e del suo regista di teatro, trovare una motivazione del gesto nel passato recente di quest’uomo.
Diciamolo subito: questa volta il segreto lo avevano saputo tenere proprio bene. Nessuno, davvero nessuno sapeva che uno dei film sorpresa in concorso era di un regista già in gara con un’altra opera (Bad Lieutenant) e nemmeno poteva immaginarselo. A questo punto sarebbe stato più probabile trovarsi davanti ad un inedito di Truffaut, ma tant’è. La sorpresa di trovarsi davanti un altro Herzog (prodotto da David Linch oltretutto) con cui stemperare la mezza delusione del film precedente ha strappato un applauso di entusiasmo a tutta la platea durante la prima. Un pochino più freddi sono stati invece gli applausi ai titoli di coda perché, duole dirlo, anche questo secondo tentativo è un piccolo passo falso, forse anche più di “Bad Lieutenant”.
Il problema è che l’opera sa di poco dall’inizio alla fine: certo, il volto di Willem Defoe nella parte di uno dei due ispettori di polizia fa ben sperare, tuttavia alla fine anche lui è destinato a soccombere nei flutti di una trama poco appassionante, dando l’idea di essere il primo a crederci poco. Di notevole c’è una gestione dei numerosi flashback in modo abbastanza innovativo (non c’è stacco di colonna sonora né altri espedienti che ci facciano capire che la macchina da presa è rivolta al passato) e un Michael Shannon motivato e convincente nella parte del matricida anche se viene naturale dire che, nell’economia dell’opera, questi siano solo due pinnacoli di fumo per un arrosto che non c’è. A dire il vero anche la sceneggiatura bara non poco, lasciando sempre credere che in uno dei tanti tuffi del passato finalmente ci verrà spiegato il perché di tanta violenza e dove si annidi il germe della pazzia di questo figlio. Veniamo presi per mano e accompagnati alle cascate dove, per la prima volta, ha sentito una voce che gli parlava dall’interno; quindi si procede verso l’allevamento di struzzi dove ha trovato l’arma del delitto e poi ancora alle prove della tragedia greca dove (non è un caso) interpreta la parte dell’assassino della propria madre. Ma tutto questo non fa che rendere più cocente l’irritazione per la mancanza di senso del tutto e il sostanziale annacquamento di un film che poteva durare sì e no un quarto d’ora.
Fuori dalla sala una malalingua ha detto di Herzog che, se l’anno prossimo portasse in concorso una ventina di film a livello di questi due, forse qualcosa riuscirebbe a vincere.
CONCORSO VENEZIA 66
LEI WANGZI (PRINCE OF TEARS)
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Di Yonfan
A Taiwan, negli anni ’50, imperversa il cosiddetto “terrore bianco” nei confronti dell’ideologia comunista. Parte dell’esercito cinese, in palese dissenso con la Rivoluzione culturale, trova rifugio sull’isola per continuare a distanza la propria lotta. Due sorelline vedono i propri genitori arrestati con l’accusa di spionaggio comunista, la propria casa e le proprie vite sconvolte. Sullo sfondo di questo dramma, funzionari ambigui e la moglie di un generale muovono le proprie pedine.
La piacevole sorpresa è di non trovarsi davanti l’ennesimo melò orientale lento e indigesto. Negli ultimi anni la mostra ci ha abituato a prove di cineasti piuttosto compiaciute e autoreferenziali, spesso premiandole. In questo caso l’opera di Yonfan è invece libera da quei manierismi stilistici che giudichiamo alla lunga stancanti, forse solo perché un po’ troppo distanti dal nostro sentire. Mantenendo la macchina da presa ad altezza di bambino per quasi tutto il film, il regista riesce a giungere al nocciolo di temi come amicizia, tradimento e solitudine usando solo gli occhi e la capacità interpretativa delle due sorelline, mettendo a nudo senza banalizzarle le relazioni che intercorrono tra i personaggi e il clima di sospetto reciproco destinato a non risolversi mai alla luce del sole. Anche la fluidità narrativa lo ascrive tra i pretendenti ad un posto al sole nelle premiazioni finali, penalizzato solo dal fatto che, premiando quest’opera, i detrattori della Mostra avrebbero la prova definitiva dell’egemonia orientale al Lido
DOMENICA 6 SETTEMBRE
CONCORSO VENEZIA 66
YI NGOY (ACCIDENT)
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Di Soi Cheang
Nella Hong Kong dei giorni nostri un gruppo di assassini su commissione, capeggiati da un giovane chiamato “la Mente”, uccide i propri bersagli con metodologie così particolari da far passare sempre ogni loro omicidio come frutto di una tragica fatalità non imputabile a volontà umana. Dopo un incarico che ha necessitato di una pianificazione molto laboriosa, uno dei componenti del gruppo muore in un incidente che sembra proprio architettato con lo stile da loro utilizzato. Inizia così per la “Mente” una ricerca lunga e difficile dei responsabili che hanno ordito il piano e che, forse, vogliono terminare l’opera eliminando anche i tre sopravvissuti della squadra.
Prodotto da Johnny To (che qui a Venezia abbiamo conosciuto con “Exiled” e “Mad Detective” negli anni passati), il film si libera molto velocemente da un incipit un po’ fracassone che lo fa assomigliare ad un “Final Destination” tirato a lucido (non è un complimento, comunque), per orientare il suo ritmo e la sua trama ottimamente costruita verso altri obiettivi. Anche se a prima vista ci si trova davanti ad un thriller ad alta gradazione, il film è in realtà il paravento per un’indagine lenta e dolorosa nei meandri della mente umana quando il sospetto si insinua nella mente di un uomo e dei devastanti effetti che ottiene se non viene tenuto a bada dal pensiero razionale. Senza affidarsi a stati allucinatori o altri artifici di sorta, il gioco degli incastri serve allo spettatore una discesa senza ritorno verso la paranoia eretta a sistema e la devastazione di un uomo incarcerato dentro al terrore della cospirazione, dopo aver perso ogni principio di realtà. Dovendo fare un paragone stilistico la pellicola ricorda in più di un punto “I soliti sospetti”, soprattutto nel finale, quando si scopre, malgrado la passione innata per il mistero che ci portiamo dentro, che di solito la spiegazione più semplice è anche quella vera.
Altro ottimo pretendente per la volata finale, “Accident” sconterà purtroppo l’egemonia dei film cinesi delle passate edizioni: ma con quale criterio li sceglievano?
CONCORSO VENEZIA 66
PERSECUTION

Di Patrice Chéreau
Daniel è un ragazzo sulla trentina che, pur senza un impiego fisso, restaura case a Parigi. Il suo carattere schietto ma anche insofferente e diretto lo porta ad avere rapporti conflittuali sia con gli amici che con Sonia, da tre anni la sua ragazza. La sua vita verrà stravolta quando uno sconosciuto entra più volte in casa sua, utilizzandola come propria e facendosi trovare nudo nel suo letto. Ancora più scioccante sarà per Daniel ascoltare quest’uomo mentre gli confessa l’amore che prova per lui.
Decisamente troppo lento e confuso, il film potrebbe essere definito come portatore di un’anima “femminile” in quanto espone l’irrazionalità delle tensioni e delle microfratture che scorrono sotto la pelle di un rapporto, sia esso d’amore o di amicizia. I dialoghi, spesso assurdi se vagliati con una mente logica e razionale, evidenziano le titubanze, le ambiguità che sono sottese alle relazioni, facendo affiorare la sottile linea che demarca l’agire dell’essere umano in presenza dei suoi sentimenti. Il film punta ad un’espressione degli stati d’animo istintiva, non mediata, “di stomaco” se così si può dire, colpendo nel segno. La titubanza di Sofia nel rispondere all’amore di Daniel è quasi irritante ma irrimediabilmente vera, genuina, facendosi rapidamente metafora di un “homo sentimentalis” che allunga il braccio nella direzione sbagliata o che, nel migliore dei casi, lo allunga verso cose troppo lontane. Ecco allora come l’uomo non razionale trova più facile confidarsi con uno sconosciuto oppure, che è la stessa cosa, riesce a chiudere ogni ponte con la persona amata. In questo tour dell’animo umano Chéreau centra l’obiettivo, resta però da vedere quanti vogliono farsi accompagnare in questo viaggio guidato. Non molti, probabilmente.
ORIZZONTI
DOWAHA (BURIED SECRETS)

Di Raja Amari
Aicha è una ragazza tunisina che vive abusivamente con la madre e la nonna nelle cantine di una vecchia dimora signorile lasciata all’abbandono nelle campagne. Come tutte le ragazze adolescenti, Aicha sogna un corpo femminile, curato e bello ed aspira ad uno stile di vita libero di quello che le viene imposto in casa per stretta osservanza della religione islamica. Questa famiglia che vive nella segregazione quasi completa rispetto al resto del mondo subisce uno choc quando i veri proprietari della villa, una coppia giovane dal marcato stile di vita occidentale, ne riprendono il possesso. Aicha, rapita dalla musica delle feste che si tengono al piano superiore, dalla bellezza delle donne e dei loro vestiti, cercherà di entrare in contatto con quel mondo a lei proibito, trovando sulla strada la madre e la nonna pronte a qualunque cosa pur di ostacolarla.
La compostezza dell’opera e il suo sguardo non convenzionale al conflitto tra vecchio e nuovo nei paesi islamici rendono l’esperienza della visione indimenticabile. Il film è una continua epifania di metafore che si dischiudono l’una sull’altra, aggiungendo nuovi e sottili significati ad ogni aspetto si consideri. La casa diviene metafora di un mondo dove la coesistenza genera dapprima timore, poi convivenza, quindi conflitto, riflettendo impietosamente sulle conseguenze di un atteggiamento di rifiuto umano e culturale, qualunque esso sia. L’unità di luogo, lungi dall’essere di impedimento alla sceneggiatura, genera un percorso evolutivo che aumenta sempre più la velocità culminando in una serie di soluzioni finali, ognuna delle quali sembra sempre davvero l’ultima, che suggella un crescendo armonico e costante del ritmo narrativo. La circolarità dell’opera, che sembra terminare dov’era iniziata, è solo illusoria: la trama traccia piuttosto una spirale in cui la fine non può ricongiungersi all’inizio, essendosi abbassata sotto il peso dell’abominio e della degradazione.
Uno di quei film che ci si augura di vedere distribuiti al più presto, con l’unico rammarico di non poterlo avere in gara per il Leone.
LUNEDI' 7 SETTEMBRE
CONCORSO VENEZIA 66
TETSUO THE BULLET MAN

Di Shinya Tsukamoto
Anthony è un uomo dalla vita apparentemente felice: vive e lavora a Tokyo con la moglie Yuriko e il figlio di 3 anni Tom. Una mattina, senza che nulla lo lasciasse presagire, Tom viene brutalmente, e volontariamente, falciato da un’auto lungo la strada. La tragedia della perdita, insieme all’insensatezza dell’assassinio, portano Anthony a cercare risposte, fino a scoprire che il padre, un medico da sempre un po’ troppo preoccupato per la salute di Anthony, è in realtà uno scienziato esperto di biomeccanica. In passato ha usato anche il corpo del figlio per i suoi esperimenti e, quando Anthony perderà completamente il controllo di sé, scoprirà la parte oscura nascosta per tanti anni all’interno del suo corpo.
Prima o poi doveva succedere e, con buona pace della statistica, possiamo tirare un sospiro di sollievo e dire che –sì- anche quest’anno è successo. Tetsuo è la prima ciofeca assoluta in concorso alla 66sima Mostra del Cinema. Non importa che sia l’ultimo capitolo di una trilogia, sebbene presentare la parte di un tutto non sia già di per sè il massimo, del resto anche il vedere le altre due non avrebbe aggiunto né tolto nulla al caos inutile e fracassone di questa pellicola per soli estimatori in fase terminale di astinenza da nippo-boiate. Certo, alla proiezione di mezzanotte si è vista una Sala Grande che, pur essendo mezza vuota, faceva un tifo da stadio. Ma erano solo, per l’appunto, gli irriducibili fan di Tsukamoto e del suo Tetsuo, il suo robottazzo un po’ coatto (e malfatto, sulle guance sembra che abbia quattro pile stilo dipinte di nero) che, come Hulk, salta fuori solo quando la sua controparte umana perde la pazienza.
Non è necessario citare la bellezza visiva di opere come il recente Kyashan, giusto per citare un titolo giapponese che dà lustro al genere: Tetsuo è solo un brutto videoclip di 80 minuti, girato con ritmi epilettici, zoomate furibonde senza senso e un uso insistente della sovrapposizione di fotogrammi che farebbero cambiare canale anche se fossimo su MTV. Figuriamoci qui.
GIORNATE DEGLI AUTORI - EVENTO SPECIALE
VIDEOCRACY

Di Eric Gandini
Gandini, giovane cineasta italiano trapiantato nell’Europa del Nord, prova a disegnare un affresco della situazione disastrosa della televisione in Italia e, più in generale, sul problema del potere dell’immagine nel nostro paese. Per farlo si serve di 5 filoni principali: un giovane operaio lombardo che tenta in tutti i modi di sfondare nel mondo dello spettacolo Mediaset con provini e comparsate varie (proponendosi in un inedito mix tra Jean Claude Van Damme e Ricky Martin), nugoli di teenager alle selezioni delle nuove veline in un centro commerciale, l’ambigua posizione di Silvio Berlusconi imprenditore televisivo e presidente del consiglio, un’intervista al manager delle star Lele Mora nella sua villa in Sardegna e, per concludere, un excursus sulle vicende legali e personali di Fabrizio Corona.
Sembra un piatto assai ghiotto quello che Gandini sta per imbandire, ne è la prova il fatto che decine di accreditati sono rimasti fuori dall’unica proiezione prevista (mossa poco saggia da parte dell’organizzazione della mostra, del resto va detto che il documentario è già nelle sale), il tam-tam al Lido è stato davvero imponente. Il regista però non soddisfa in pieno la voglia di andare a fondo del pubblico (forse ormai abituato alla presenza di Travaglio in televisione, che osa e graffia molto di più) e, più che prendere il toro per le corna, sembra solo accarezzarlo e imbastendo 80 minuti di stacchetti di veline e materiale di repertorio su Berlusconi che ogni italiano ha già visto decine di volte. Ripeto, forse Gandini è lontano dall’Italia da troppo tempo e, più che voler andare a fondo con piglio giornalistico, sembra confezionare un prodotto più adatto per gli altri paesi, dove forse l’eco delle italiche prodezze del mondo dello spettacolo arriva più smorzato e rende più succoso questo materiale. L’unica parte davvero esaustiva è quella riguardante Fabrizio Corona dove si sforza (con successo) di darne un’immagine a tutto tondo. Ma affrontare questo documentario per vedere di nuovo solo il suddetto Corona in nudo integrale sotto la doccia (intento all’igiene delle parti intime al limite della masturbazione compiaciuta) è davvero un po’ troppo poco.
SETTIMANA DELLA CRITICA
GOOD MORNING AMAN

Di Claudio Noce
Aman è un giovane ragazzo somalo che, come tutti i suoi conterranei nel nostro paese, si arrabatta per avere una vita degna di questo nome. In una Roma che chiude la maggior parte delle porte agli immigrati lui pulisce auto di lusso per conto di un concessionario che lo disprezza e non lo valorizza: il suo unico amico parte per cercare miglior fortuna a Londra e, in questo momento di solitudine, Aman incontra sul tetto di un palazzo Teodoro, un quarantenne benestante che lo accoglie e con il quale nasce un’amicizia contrastata ma sincera. Solo più tardi Teodoro gli confiderà che quella sera sul terrazzo era in procinto di farla finita.
Difficile arrivare alla fine di questa pellicola senza prodursi in un poco elegante sbadiglio: vuoi per l’insopportabile lentezza del film, vuoi per il fatto che siamo nel pieno della fiera del già visto, all’uscita della sala le mandibole slogate non saranno poche. Il peregrinare del povero Aman in questa Roma appena tratteggiata è oltremodo pesante e costellato di luoghi comuni di cui ormai è infarcito ogni film dove compaiono degli immigrati e di cui ormai faremmo volentieri a meno. A parte il fatto che il protagonista, con quella grammatica italiana così perfetta e venata di romanesco, suona vero come una moneta da tre euro; nemmeno Mastrandrea (nella parte del grigio e spelacchiato Teodoro) risolleva la recitazione, attestandosi su una mediocrità di cui si fa vanto da un po’ troppo tempo ormai. Il resto semplicemente non c’è, forse per troppa arroganza si è creduto che bastasse la situazione a fare da sola il film ma non è così. Il tutto si dimentica facilmente e se ne va, come la pioggia leggera di una delle tante notti che Aman e Teodoro passano insieme, insonni. A noi invece è capitato l’esatto opposto.
CONCORSO VENEZIA 66
WHITE MATERIAL

Di Claire Denis
In un non meglio precisato stato africano una sanguinosa guerra civile oppone le milizie regolari alle sfuggenti frange ribelli capeggiate dal misterioso e imprendibile capo spirituale chiamato “Le Boxeur”. Da una radio locale uno speaker rasta invita con toni di disprezzo tutti i “white material” (i bianchi residenti) a sloggiare, ponendo fine allo sfruttamento della terra. Una donna, nonostante gli inviti dell’esercito ad andarsene per non mettere a repentaglio la propria vita, continua testardamente a presidiare la tenuta di famiglia dove da anni coltiva e produce caffè. Almeno fino alla fine dell’ultimo raccolto…
Dopo la brutta performance de “L’Intrus”, Claire Denis torna a Venezia con una storia meno frastornata e incomprensibile. Certo, i virtuosismi temporali sono sempre la sua passione: seppur gestendo il tutto in maniera molto più comprensibile, la regista gioca spesso sul prima e dopo mostrando quello che è già accaduto o quello che è ancora da venire con pochi avvertimenti per lo spettatore, che è costretto a mantenere un’attenzione ferrea. Il risultato, tutto sommato, non è comunque pessimo, sicuramente molto meglio di quanto ci si sarebbe potuto aspettare visto l’incomprensibile precedente. Buona la fotografia e la regia, con inquadrature e movimenti sempre efficaci e al momento giusto. Il pezzo forte dell’opera rimane comunque l’efficacia visiva di una desolazione che è al tempo stesso ambientale e mentale, una scarsità di risorse che si fa sempre più forte e che è sia interna che esterna a tutto ciò che si muove. Degna di nota la prova di Isabelle Huppert, un po’ meno quella di Lambert, ma non è una novità. Se è possibile azzardare una previsione, direi che abbiamo un candidato di tutto rispetto per la coppa Volpi femminile. Per il Leone forse è chiedere un po’ troppo.
MARTEDI' 8 SETTEMBRE
CONCORSO VENEZIA 66
CAPITALISM: A LOVE STORY

Di Michael Moore
Attraverso un elaborato mosaico di situazioni umane, manovre del Congresso americano più o meno losche e vizi e virtù degli ultimi presidenti degli Stati Uniti, Moore dipinge un affresco sulla più catastrofica crisi finanziaria e morale degli ultimi decenni, individuando nell’esasperazione del concetto di capitalismo la radice di questo vero e proprio “male da estirpare”.
Dovremmo poter dire di essere ormai abituati alle crociate del regista americano: storie di famiglie disgregate o male in arnese che singhiozzano di fronte alla telecamera, qualche solito iper-cattivo ben pettinato che fa la sua grama figura di fronte alle ironiche accuse di Moore e il suo lento ballonzolare da una sede all’altra dell’Impero del Male. Tutto già visto? Certo, almeno stilisticamente parlando. Eppure il paffuto Moore riesce sempre a tirare fuori il suo coniglio dal cilindro e ad avvinghiare alla sedia anche il suo più acerrimo detrattore: in questo caso i conigli sono tanti e tutti (tragicamente) succosi, il lavoro di ricerca è sicuramente notevolissimo e ben elaborato perché, per quanto questo non sia affatto un thriller bensì un pacifico documentario, c’è una scelta di tempi e di ritmo che molti registi di thriller o action movies neppure si sognano. Questo non basterebbe se non ci fosse poi l’estrema furberia del regista che, sia detto come la sua dote più chiara e limpida, “sa piacere” ed essere diretto con chi sta al di là dello schermo.
Non si può certo fare un commento di tipo artistico o formale alle sue opere, si potrebbe persino obiettare che un lavoro del genere non potrebbe neppure stare qui alla Mostra ma, come ci insegnano, l’elezione al trono pontificio è sempre avvenuta in due possibili modi: per elezione del Conclave o per acclamazione universale. E, visto l’entusiasmo che si scatena ad ogni proiezione, potrebbe essere proprio questo il caso.
CONCORSO VENEZIA 66
LEBANON

Di Samuel Maoz
Giugno 1982, poche ore prima dell’inizio del conflitto libanese. Un carro armato parte nella notte per una missione della durata di tre settimane. L’equipaggio a bordo è composto da persone giovanissime, ciascuna con la propria personalità: c’è il cecchino abile ma troppo suggestionabile, il carica proiettili troppo polemico, il comandante troppo debole. L’ufficiale che comanda la missione che pionba su di loro aprendo la botola di tanto in tanto, come la maledizione di una guerra che non finisce mai. E c’è l’ossessione di non sapere da dove arriverando né gli ordini né i colpi mortali.
Lasciatemelo dire subito: questo film è semplicemente bellissimo. Punto. Da qui si parte.
Per due volte durante il film viene inquadrata un’iscrizione bianca posta dentro il carro che dice, con la solita pomposa altisonanza militaresca: “l’uomo è di acciaio, il carrarmato è solo ferraglia”. Niente di più falso, la pellicola continua a ripetercelo, tradendo questo postulato ad ogni piè sospinto e mettendo sullo stesso piano uomini (militari o civili), animali e oggetti. Tutto queste categorie sono cieche, friabili, fragili, impotenti di fronte all’evento disumano e snaturante della guerra: ogni cosa parte, subisce danni, cigola pietosa, mostra dolorosi cedimenti strutturali, sembra riprendersi e poi si ferma per sempre. E’ l’assurdità della guerra mai rappresentata nella sua più piena cecità feroce, scarnificante, quella che non fa differenza tra vivo e morto ma solo tra oggetto integro e macerie. L’espediente narrativo di ambientare quasi tutto il film all’interno della cabina di comando del carro, lungi dall’ostacolare la scioltezza dell’opera, ne esalta invece il valore, permettendo al regista (con il geniale utilizzo del mirino del carro come oblò sull’esterno) di calcare la mano su qualunque aspetto o oggetto egli voglia focalizzare. E’ un film duro, atroce e ci vorrà non poco coraggio per non distogliere mai lo sguardo dallo schermo.
Si potrebbe ripetere che si tratta di un’opera disumana e splendida, si potrebbe dire che chiunque lo guardi contribuirebbe a tenere l’umanità lontana da un’altra guerra, si potrebbero dire tante cose.
Diremo solo che, adesso come adesso, Lebanon è il film da battere per avere il Leone.
CONCORSO VENEZIA 66
VIMUKHTI JAYASUNDARA - AHASIN WETEI

Di Vimukthi Jayasundara
Una rivolta popolare in una città non meglio definita e un giovane che piove letteralmente dal cielo: il film cingalese in concorso ci mostra la fuga dalla città del misterioso giovane e di due suoi compagni di viaggio che incontra per le strade devastate dal tumulto. Attraversando strade di campagna, foreste e villaggi abbandonati, la vera natura del giovane pare uscire allo scoperto e indicarlo come il principe di un’antica leggenda finalmente avveratasi.
Partiamo dalle note positive: la regia e la fotografia sono sicuramente solide e in grado di portare il film molto lontano… molto di più del punto in cui effettivamente arriva, che non è lontano dalla partenza. Insopportabilmente lento e criptico, non fa nulla per nascondere una ricca simbologia che, al tempo stesso, pare poi voler togliere dalla mano dello spettatore, nascondendogli la chiave di lettura, dicendo che non è cosa per lui. Questo, oltre ad essere vagamente umiliante, è altresì poco etico (se è mai esistita un’etica del cinema). Gli amanti della criptocinematografia, troveranno sicuramente interessante la simbologia del viaggio, gli indizi disseminati di una profezia e le belle frasettine zen da biscotto della fortuna che il protagonista si sente dire qua è là lungo il suo viaggio. Anche per loro però non c’è molta carne al fuoco. Non credo sia in grado di impensierire i pretendenti al Leone, molto più seri e agguerriti.
Alla fine di questa giornata siamo ormai arrivati alla metà della Mostra e ci sembra una cosa interessante buttare qualche pronostico su carta, giusto per vedere quale sarà il nostro pensiero tra sei giorni esatti.
Come film più vicini ai massimi premi (Leone o altri premi speciali della Giuria) indichiamo:
-Life during wartime
-The Road
-Lebanon
-Baaria
-Lourdes
Per quanto riguarda la coppa Volpi, ci piacerebbe vedere premiati:
Interpretazioni maschili:
-Viggo Mortensen (The Road)
-Francesco Scianna (Baaria)
Interpretazioni femminili
-Isabelle Huppert (White Material)
-Sylvie Testud (Lourdes)
-Shirley Henderson (Life during Wartime)
…e per ora è tutto, sotto a chi tocca!
MERCOLEDI' 9 SETTEMBRE
GIORNATE DEGLI AUTORI
TEHROUN (TEHRAN)

di Nader T. Homayoun
Tehran. Ibrahim si aggira tra le macchine ferme al semaforo con un neonato tra le braccia chiedendo l'elemosina, inventando ogni volta disgrazie e circostanze diverse per impietosire le persone. Una volta terminata la giornata, si dirige a casa, una stanza spoglia che divide con due amici, per provvedere a sé stesso e al bambino. Ogni giorno così, cambiano solo le zone da lui battute nella sterminata capitale iraniana, finché un giorno, dovendo andare a prendere la moglie che torna in città, Ibrahim affida il bimbo a Madjid, uno dei suoi due amici. Proprio quel giorno, Madjid incontra nel parco pubblico Shirine, una ragazza bellissima che tenta di sedurlo.
Inaspettato, interessante, coinvolgente: a differenza di buona parte della cinematografia mediorientale che fa della lentezza e della ponderazione i propri punti di forza, Tehroun si propone essenzialmente come una storia. In primis quindi c'è una trama da seguire, e posso garantirvi che i colpi di scena non sono pochi e tutti ottimamente dosati all'interno della durata del film che, come già detto, stupisce ad ogni angolo. Tehroun riesce però anche ad essere un'ottima prova recitativa dei tre personaggi principali, tutti ottimamente caratterizzati sul filo di rasoio tra drammatico e macchiettistico, tenuti insieme da una regia solida e convincente. Le scene tra le vie della capitale restituiscono in pieno la poliedricità, l'umanità e -perchè no- la ridda di contraddizioni che costellano la recente storia iraniana: Tehroun riesce anche nell'intento di affrescare qualcosa che va ben al di là della storia proposta. Un'altra opera che mi auguro di vedere distribuita al più presto, magari anche solo per dimostrare che non tutto quello che passa per una mostra del cinema deve per forza finire in un cinema d'essai di periferia.
CONCORSO 66
ZANAN BEDOONE MARDAN (WOMEN WITHOUT MEN)

di Shirin Neshat e Shoja Azari
Storie di ordinaria violenza, più psicologica che fisica, nella Tehran del 1953, alle porte del tumultuoso colpo di stato che spodesterà il governo e porterà in ultima istanza alla ben nota rivoluzione islamica. Una trentenne che viene segregata in casa dal fratello e obbligata a incontrare un pretendente per sposarsi al più presto, una prostituta al limite dell'anoressia costretta a frequentare uomini ingrati e sbrigativi dentro un sordido bordello, la moglie di un generale decorato costretta a sopportare la sua ottusità e le illazioni sulla sua presunta incapacità di soddisfare un uomo.
In realtà di uomini attorno alle donne variamente maltrattate di questo film se ne vedono fin troppi: tutti ad imporre il proprio volere e tutti a dire che lo fanno per il bene delle donne in questione. La mancanza degli uomini di cui parla il titolo rientra in una dimensione psicologica, il film propone solo esemplari maschili grotteschi e scarnificati, incancreniti nelle loro logiche perverse.
La pellicola conosce tre momenti principali. Il primo è quello che tiene più fede al titolo e mostra le angherie subite dalle protagoniste, variamente umiliate: la fotografia tiene i colori volutamente spenti facendoli virare nelle vicinanze di un bianco e nero quasi reale. Ad un certo punto, che coincide con il suicidio di una delle donne, l'opera vira su un piano più visionario e onirico, con un pellegrinaggio intrapreso da ogni donna verso una villa che simboleggia (complice il nebbioso bosco circostante) una sorta di zona franca che dà accesso alla consolazione e alla rinascita fisica e morale. Leggere l'opera in termini di logica ferrea, soprattutto in questa parte, sarebbe fuorviante: c'è persino una resurrezione che non è illusione ma che comunque viene lasciata cadere nel vuoto e data per buona senza spiegazioni. Inizia quindi la terza parte, quella che porta direttamente alle scene della rivolta popolare e della successiva repressione militare: si parla di impegno politico, di manifestazioni, di luoghi segreti dove i manifestanti di fede comunista stampano volantini, di occupazioni di radio libere ma la scena, per quanto inframmezzata da immagini di più ampio respiro, rimane vincolata alle vicende dei singoli protagonisti. Mancano quindi quelle rappresentazioni corali che abbiamo visto di recente, per fare un nome fresco nella memoria di tutti, in Baarìa. Per queste ragioni, per proporre tanti registri narrativi diversi senza portarne avanti realmente nessuno, il film, per quanto meritevole, rimane a barcamenarsi in una terra di nessuno, spoglio di un'identità forte, come se l'incertezza di caratterizzarlo gli avesse una volta per tutte tarpato le ali.
ORIZZONTI
IO SONO L'AMORE

Di Luca Guadagnino – Orizzonti
Nella Milano dei giorni nostri a casa dei Recchi, si celebra il compleanno dell’ormai anziano patriarca, ormai prossimo a cedere le redini della fabbrica di famiglia. E’ l’occasione per rinsaldare rapporti e pianificare strategie industriali e famigliari tutte tese verso un unico obiettivo: consolidare e rafforzare il potere della famiglia nell’altissima borghesia meneghina. Uno dei giovani rampolli destinati ad ereditare l’impero, Edoardo, introduce in famiglia un cuoco, umile ma geniale nelle sue sperimentazioni gastronomiche, facendolo diventare dapprima fornitore di servizi, poi socio per un futuro ristorante e quindi amico di famiglia. Quando tra lui e la madre di Edoardo, una sofisticata donna di origini russe, scoppierà una passione dirompente, le certezze dell’intera casta inizieranno a scricchiolare, aprendo le porte ad eventi sconvolgenti, tragici.
Si dice, nel notoriamente scaramantico mondo dello spettacolo, che produrre un film con il nome di un animale nel titolo sia garanzia di fiasco al botteghino (e i fatti lo confermano). Bene, sto iniziando a pensare che anche la parola “amore” molto spesso sia sinonimo di qualcosa da cui tenersi lontani. Nel presente caso tutti i problemi di questa pellicola (davvero ambiziosa, a partire dal cast) si possono riassumere in una sola, piccola, parola: regia. La macchina da presa non è mai dove dovrebbe essere, a volte è troppo lontana, a volte in angoli quantomeno bizzarri, altre volte ancora (vedi le scene di sesso tra il cuoco e la madre di Edoardo) si lancia in sperimentazioni ardite che alternano particolari anatomici femminili e insetti che bivaccano pacifici su qualche foglia del circondario. Magari c’è un fine recondito, non lo nego, ma messa così sa tanto di ricerca da quarta elementare. Se poi aggiungiamo la simpatica presenza (per ben tre volte, non una) del microfono a giraffa che entra in scena facendo ciao ciao dall’alto dell’inquadratura, direi che ingenuità è la parola più carina che possiamo usare. Dicevamo del cast: davvero brava Tilda Swinton, qui anche produttrice (i bene informati dicono per rendere il film più appetibile anche all’estero), che recita nella nostra lingua e impersona una donna russa per rendere credibile la sua pronuncia un po’ stentata dell’italiano. Meno brava Alba Rohrwacher, che riesce credibile nella parte della figlia solo per una vaga somiglianza di carnagione con la Swinton, mentre cresce bene il nostro Edoardo Gabbriellini (il protagonista di Ovosodo per intenderci). Tutto sommato si tratta di un’occasione sprecata, con poco sforzo avrebbe potuto essere davvero molto meglio.
CONCORSO 66
36 VUES DU PIC SAIN LOUP

Di Jacques Rivette
Vittorio, un elegante italiano di mezz’età, incontra Kate, in panne con l’auto, nel mezzo della campagna francese. Kate è un ex artista circense che ha abbandonato la scena più di 15 anni fa per un fatto tragico di cui non vuole fare parola, ritornando solo ora in occasione della recente morte del padre. Nonostante la sua evidente reticenza, Vittorio si innamora della vita circense che si respira tra le roulottes ed il tendone e, in ultima istanza, anche di Kate. Attraverso la frequentazione del circo, lungo le tappe della sua povera tournée in alcuni piccoli borghi, e dei suoi dimessi, intristiti artisti, Vittorio riuscirà a poco a poco a far luce sul mistero del passato di Kate.
Il film è di spiccato taglio teatrale: non solo nelle scene dei numeri circensi ma anche in quelle di dialogo “normale” dove sembra che gli attori si dispongano in una linea longitudinale, come se fossero su un palco immaginario, e recitano calcando leggermente i toni. Castellitto, nella parte di Vittorio, non è perfettamente a proprio agio, complice forse anche la recitazione in francese che non deve andargli troppo a genio mentre Jane Birkin, nei panni della tormentata Kate, è credibile e potrebbe (potrebbe) impensierire le altre pretendenti alla coppa Volpi di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi. Per il resto il film è statico e poco appetibile, la regia non affossa ma nemmeno aiuta la trama quasi inconsistente e soporifera, lasciando in bocca lo strano retrogusto di una cena lussuosa che ha deluso le aspettative e, una volta a casa, fa venir voglia di un agreste panino preparato lì per lì.
GIOVEDI' 10 SETTEMBRE
CONCORSO 66
LO SPAZIO BIANCO

Di Francesca Comencini
Anna è un’insegnante di lettere alle scuole serali di Napoli, sua città adottiva. A quarant’anni una relazione di breve durata la lascia con una gravidanza indesiderata ma che comunque decide di portare a termine. La bambina però, nata prematura al sesto mese, deve restare nell’incubatrice per almeno altri 60 giorni, per terminare il lavoro che non si è compiuto dentro di Anna. Questo è lo spazio bianco: tutto il tempo passato a fissare un essere inerme nella silenziosa teca trasparente, sperando che, nel momento in cui gli staccheranno i tubi, sia in grado di respirare da solo. Lo spazio bianco di tutto ciò che è mera esistenza ma non è ancora vita.
La prova della Comencini è solida e convincente, pur non brillando di eccezionalità sotto nessun aspetto la si esamini e nonostante l’evolversi della trama sia prevedibilissimo (in ogni punto) agli occhi dello spettatore smaliziato. Notevole l’armonia che deriva da una raffinata fusione di immagine e sonoro, a mio parere uno dei punti di forza del cinema italiano moderno. Un’altra nota positiva viene dall’interpretazione di Margherita Buy che, sebbene nemmeno lei faccia gridare al miracolo, mostra di essersi affrancata da quel personaggio instabile, nevrotico e farmacodipendente che l’ha accompagnata per quasi vent’anni (adesso tocca a te Laura Morante, dai, fallo anche tu, diversificati, è per il tuo bene).
Come già detto si tratta semplicemente di un lavoro onesto, di mestiere, che ha il pregio di proporre un argomento duro e difficile senza drammatizzarlo troppo ma senza nemmeno metterlo in burletta (e qui da noi ne saremmo stati capacissimi). Non ultimo non si fa lapidare da nessuno, che per un film italiano in concorso è tutto.
CONCORSO 66
AL MOSAFER (THE TRAVELLER)

Di Ahmed Maher
Tre giorni, molto distanti tra di loro, nella vita di un uomo, a suo parere gli unici che riesce a ricordare in una vita altrimenti vuota. Tre giorni d’autunno: nel primo (1948), a bordo di una nave da crociera, incontra la bellissima Nura e la seduce pochi istanti prima del suo matrimonio con un altro uomo. Vent’anni dopo, incontra Nadia, la figlia di Nura, straordinariamente somigliante alla madre, nell’occasione della morte per annegamento del suo fratello gemello. Nel 2001, infine, incontra il figlio di Nadia, un vigile del fuoco che manca di virilità e coraggio.
Un film eccessivamente lungo e diluito che non si fa amare dall’inizio alla fine. Eccessivamente musicato e cantato, la parte sonora non riesce mai ad amalgamarsi con le immagini, riuscendo piuttosto a rendere il tutto un’insopportabile cantilena e, in ultima istanza, a piantare l’ultimo chiodo sulla bara dell’opera. I continui cambi di tono nella narrazione (si passa dal drammatico al comico in men che non si dica e i personaggi fanno un po’ troppo presto a mutare sentimento) rendono il tutto molto simile ad un fotoromanzo patinato anni ’50 e impediscono agli attori di svincolarsi da un macchiettismo d’avanspettacolo. Solo la prova di Omar Sharif, non priva nemmeno lei di un certo umorismo involontario, riesce ad elevarsi rispetto alle altre, per quanto sia presente solo in una piccola frazione del film. In sostanza: un’occasione mancata per dipingere un quadro credibile dell’Alessandria di ieri e di oggi
CONCORSO 66
IL GRANDE SOGNO

Di Michele Placido
Durante i movimenti studenteschi e l’occupazione delle università avvenuta tra il 1968 e l’anno successivo, si incrociano i destini di Nicola, un giovane agente di polizia infiltrato che però sogna di fare l’attore, Laura, un’universitaria di estrazione cattolico-borghese, e Libero, uno dei leader del movimento studentesco. Dai proponimenti quasi ingenui di costruire una società migliore, il film tratteggia la degenerazione del sogno verso azioni di lotta armata che porteranno allo sfaldamento della famiglia di Laura e alla fine di un’epoca.
Cosa dire di un film che ha ricevuto ogni possibile critica prima ancora di essere proiettato? Michele Placido non è nuovo a questo genere di biglietto da visita (gli era capitata una cosa simile anche con il discusso “Ovunque sei”, qui a Venezia nel 2004) e, ormai, viene da pensare che tutto questo polverone alla fine giochi sempre e solo a suo vantaggio. Volendo parlare solo ed esclusivamente del film, va detto che la prova non è certo da cestinare, anzi: gli attori sono motivati e convincenti (Scamarcio è un ottimo alter ego di Placido, poliziotto come lui nel ’68), la sceneggiatura tiene, la fotografia si concede addirittura in qualche slancio estetico quando, dovendo sottolineare un momento epocale, Placido sgrana la pellicola e la “invecchia” volutamente virando in bianco e nero, sostituendo così i soliti filmati di repertorio che molti altri cineasti iniettano nelle loro opere pensando di dare valore al tutto.
Se si vuole muovere una critica questa è piuttosto di ordine sostanziale: è possibile, come al solito, imbastire una storia da punti di partenza del passato triti e ritriti? E’ possibile ridurre il ’68 (o qualunque altro periodo) ad un canovaccio stereotipato su cui costruire una storia, per quanto essa sia armonica e consistente? Attivisti, comunisti, cattolici e borghesi sono tratteggiati ai minimi termini, quasi una scusa rapida e indolore per mettere insieme una storia con un contesto che la giustifica.
A queste critiche, mosse anche durante la conferenza stampa, Placido ha risposto in maniera piuttosto irosa e ha apertamente criticato l’agire artistico e politico di Stati Uniti e Gran Bretagna, salvo poi accorgersi che la giornalista che aveva fatto la domanda era in realtà spagnola.
In ultima istanza è tra i papabili, se la giuria misura i film con l’applausometro, altrimenti c’è di meglio.
CONCORSO 66
SURVIVAL OF THE DEAD

Di George Romero
Primo film horror in concorso quest’anno (e terzo film di zombie nel carnet generale della Mostra), la pellicola racconta le vicende di un gruppetto di militari disertori. Nel mezzo del caos mondiale generatosi per l’ennesimo risveglio dei morti, i soldati si dirigono verso un’isola della costa nordamericana per sfuggire al pericolo. Una volta giunti là si troveranno nel mezzo di una vera e propria guerra tra le due famiglie che da sempre dominano l’isola, una faida che continuerà anche quando i membri delle rispettive famiglie saranno morti.
A Romero le cause non sono mai interessate: i suoi morti tornano e basta, non c’è bisogno di spiegare il perché o di collegare questa ennesima pellicola alle sue precedenti. E’ come se ogni volta il suo universo venisse resettato e si partisse con una nuova invasione di feroci zombies, lasciando al regista la possibilità di indagare su nuovi e diversi aspetti della società umana. Stavolta siamo nel mezzo di una guerra tra famiglie in pieno stile western: lo dicono le inquadrature, i costumi e i dialoghi. Stavolta a Romero interessa soprattutto indagare la fragilità umana (che impedisce di uccidere un amico o famigliare trasformatosi in zombi) e l’ipocrisia della visione pseudo-cattolica della morte, dove suicidarsi è ancora peccato mortale e incatenare uno zombi alla staccionata è meglio che sparargli un colpo di grazia in testa. Sotto questo aspetto, il personale filone horror di Romero è relegato a mero sfondo, gli zombi e la loro voracità sono solo un eccipiente che rende più drammatica la sequela di odi e vendette tra i membri ancora viventi delle due famiglie.
Volendo però valutare l’opera sul piano artistico va detto che rimane ben poco, forse (giusto per spezzare una lancia a favore del film) possiamo dire che si tratta di un horror più “serio” e “da adulti” (ammesso che queste parole abbiano un vero significato) rispetto al marasma berciante e urlante della produzione per teenager (chi ha detto Rec2?). Un Romero serio, in linea coi suoi film del ciclo degli zombi, quelli che abbiamo visto tutti negli anni 70 e 80, quelli dove l’ironia è dosata col misurino e dove si cerca di trasmettere un orrore vero. A parte questo, i dubbi sulla sua presenza in concorso rimangono forti.
VENERDI' 11 SETTEMBRE
Notti veneziane – il diario di un povero spettatore pagante
Così, giusto tra un film e l’altro, mi va di raccontare questa storiella piuttosto incresciosa accaduta ad un mio amico che, da 16 anni, promette di venirmi a trovare alla Mostra del Cinema e che, solo ieri, si è deciso a mantenere la sua promessa. Ovviamente senza accredito (non essendo giornalista) mi incarica di acquistargli un paio di biglietti per le proiezioni serali, cosa che faccio prontamente procurandomi presso la biglietteria “Don niu (Cow)” (10 euro in Sala Darsena alle 21.30) e “Gulaal” (15 allucinanti euro in Sala Grande a mezzanotte).
Fin qui tutto bene, la prima proiezione scorre tranquilla e, dopo un’esosa pizza da passeggio da 5 euro (l’eccellenza dell’agroalimentare italiano in laguna), accompagno il mio amico alla proiezione del suddetto film indiano che, voglio sottolineare, doveva iniziare a mezzanotte per la bella durata di 140 minuti.
Con mezz’ora di ritardo, compare in sala il direttore della mostra Marco Muller con il regista del film Anurag Kashyap. Opportunamente microfonato, il nostro Marco (mi sia permesso di chiamarlo per affetto con il solo nome di battesimo) inizia a dire che il film è bellissimo e che lui, personalmente, ci crede tantissimo. Purtroppo però (e che vi aspettavate, che non ci fosse l’intoppo dopo un simile inizio? Ingenui!) si sono accorti troppo tardi che i sottotitoli in italiano impressi sulla pellicola erano stati tradotti dal computer. Dal computer, vi rendete conto? Quelle traduzioni fatte con Google dove il testo viene tradotto parola per parola. Quelle in cui, se scrivete “I am well” e lo traducete in italiano, lui vi stupisce con “Io sono un pozzo”.
Il Marco nazionale è imbarazzato: ovviamente, dice, non si poteva proporre un film ridotto a quella maniera, ma niente paura… (e qui cito testualmente) “abbiamo una copia di sicurezza, un digi-beta che, anche se non è il massimo, è guardabile”. Insomma, ci fa vedere una videocassetta sgranata, ma i sottotitoli? Almeno questa ce li ha in italiano corretto, no? No! Ce li ha solo in inglese!!!
Risultato: un VHS rovinato (modello film porno affittato per 5 anni di seguito) con sottotitoli velocissimi (‘sti indiani parlano veloce) e incomprensibili sia per il mio amico (che non sa l’inglese) che per me (che dovrei saperlo). Ma, a questo punto, non si poteva usare la pellicola originale? Meglio un’immagine di buona qualità con un pessimo sottotitolaggio italiano, piuttosto che una videocassetta senza italiano, no? No.
Muller mette le mani avanti: “comunque, anche se non capite i dialoghi, apprezzerete le immagini e le atmosfere di questo film bellissimo che parla di un posto in cui non siete mai stati”. A parte che il direttore della mostra non ha mai visto il mio passaporto, questa non è la cosa migliore da dire a chi ha appena speso 15 euro per vedere un film. Ovviamente né io né il mio amico abbiamo resistito fino in fondo, siamo però usciti per ultimi, lasciando Muller e il regista indiano in una Sala Grande deserta. L’ho messo sul vaporetto tra mille scuse (come se fosse stata colpa mia, ma del resto una cosa del genere non l’avevo mai vista) e l’ho rimandato a casa con le pive nel sacco.
Stamattina, vado in biglietteria col biglietto incriminato e chiedo un rimborso. La ragazza (Olivia, lo dico solo perché almeno lei è stata gentile) fa una telefona e poi mi dice che –sì- in amministrazione sanno del fatto, ma che comunque Muller si è scusato con il pubblico e che, senza istruzioni precise, non possono rimborsare niente a nessuno. Fine dell’amara storiella.
Marco, Marco, posso rivolgermi direttamente a te? Marco, volevo dirti che in tasca tieni 15 euro che sono del mio amico, non si fa così. Sono più che certo che è stato tutto un errore, una dimenticanza, una tua distrazione e che tu quei soldi non te li vuoi tenere. Restituiscili, dai, fai un bel gesto verso qualcuno che è venuto qui fiducioso in te e nella tua impeccabile organizzazione. Marco, dai, tira fuori quei 15 euro, non mi costringere a fermarti quando ti incrocio, tra l’altro non potrei neanche tirarti (amichevolmente) per il bavero della giacca perché tu le porti sempre alla coreana. Grazie, Marco, so che capirai, ti saluto con affetto. La tua Mostra è bellissima, altro che Cannes.
CONCORSO 66
MR NOBODY

Di Jaco Van Tormael
Nemo Nobody ha quasi 120 anni ed è l’ultimo uomo mortale ancora vivente su una popolazione terrestre che ha acquisito la quasi-immortalità. Nei suoi ultimi giorni di vita, sul finire del ventunesimo secolo, compie uno sforzo incredibile per riuscire a ricordare il suo passato, aiutato da un bizzarro psichiatra e da un giornalista che riesce ad intrufolarsi nella sua camera di ospedale. Faticosamente, tornerà a galla la sua infanzia, la separazione dei genitori e, da lì in poi, una ridda di vite alternative che Nemo sembra aver vissuto contemporaneamente, compresi tre matrimoni con tre donne diverse. Forse Nemo non è destinato a spegnersi di vecchiaia come tutti si aspettano.
Vediamo se riesco a scrivere senza che la mia delusione traspaia troppo (purtroppo sono un’inguaribile appassionato di fantascienza, quindi prendetemi con le pinze). Visivamente, il primo impatto di questo mondo futuristico è quasi da togliere il fiato, vasto e bellissimo. Le scene della città vista dalla finestra dell’ospedale e della discesa su Marte sono da togliere il fiato; anche se il regista paga un debito smisurato nei confronti di “2001 odissea nello spazio” in quanto le stazioni spaziali (quelle che ruotano) sono identiche nei due film e l’anzianissimo Nemo è la fotocopia dell’astronauta morente sul letto negli ultimi fotogrammi dell’opera di Kubrick. Detto questo però, il film si perde in pochi minuti in una serie di lunghissimi flashback sconclusionati, dove le vite alternative si attorcigliano l’una sull’altra senza dare spiegazioni e generando solo frustrazione nello spettatore. E, quando infine le spiegazioni vengono date, ne avremmo fatto volentieri a meno: sotto forma di trasmissione divulgativa si liquidano in pochi secondi concetti come il big crunch, l’inflazione dell’universo, la freccia del tempo e l’entropia come se fossero argomenti da aperitivo. Una cosa del genere forse può far innamorare qualche poeta interessato a farsi gettare fumo negli occhi, per tutti gli altri il film rimane un mattone poco digeribile, ulteriormente appesantito da una durata di 130 minuti e da alcune scene ripetute a intervalli fissi come una nenia nauseante.
Aggiungo solo che mi è sembrato di cattivo gusto rinchiudere nello stesso film un attore del “Fight Club” di David Fincher (il protagonista Jared Leto) e il brano musicale che chiude il suddetto film… siamo per caso a corto di idee da ridurci a saccheggiare quelle degli altri.
Chiudendo mi scuso con il pur bravissimo regista Van Tormael, già autore del premiatissimo “L’ottavo giorno”, ma stavolta è capitato con un appassionato di fantascienza. Gli altri provino a vederlo, ma poi non dite che non vi avevo avvertito!
Per il Leone cercherei altrove…
CONCORSO 66
SOUL KITCHEN

Di Fatih Akin
Nella città di Amburgo, il giovane Zinos vivacchia tra alti e bassi gestendo un ristorante (il Soul Kitchen per l’appunto) alla periferia della città che serve pietanze mal cucinate a clienti senza gusto culinario. Le cose cambieranno radicalmente con l’arrivo di un nuovo cuoco raffinato ma estremamente litigioso: da lì in poi la vita di Zinos sarà un gara ad ostacoli per barcamenarsi tra la fidanzata in trasferta di lavoro in Cina e il fratello uscito dalla prigione in regime di libertà vigilata, tra l’ufficio delle imposte e un impresario immobiliare che si finge suo amico per mettere le mani sulla proprietà.
Grazioso, ben fatto e divertente. Non ci sono altre parole e, del resto, non voglio neppure vergognarmi di parlare bene di un film perche mi ha fatto (anche) divertire. Intendiamoci, non si ride a crepapelle, sono piuttosto le situazioni a generare quella piacevolezza di cui tutto il film è intriso, insieme ad una sensazione di “vitalità” che vibra sotto alla pellicola e che ti fa rimanere incollato allo schermo dai primi fotogrammi fino ai fantastici titoli di coda, che vi consiglio di non perdere. Solide e godibilissime le interpretazioni dei due protagonisti Adam Bousdoukos e Moritz Bleibtreu (il già eccezionale Manny di “Lola corre”) e una colonna sonora dinamica, avvincente che ha fatto uscire i giornalisti dalla proiezione per la stampa in preda a gridolini e passi di danza. Fatih Akin, il regista del bellissimo “Ai confini del paradiso”, non delude nemmeno qui e mostra di trovarsi a proprio agio anche con registri stilistici completamente diversi da quelli ai quali ci ha abituato.
Spassoso, smodato, a tratti grottesco e fanfarone, Soul Kitchen è uno di quei film che non vinceranno mai il Leone (beh, magari, sperar non nuoce…) ma che, una volta visti in sala (e questo lo distribuiscono anche da noi, garantito, non possono non farlo!), fanno la differenza e cambiano la serata. Da provare senza riserve.
CONCORSO 66
LA DOPPIA ORA

Di Giuseppe Capotondi
Sonia viene da Lubiana e, in Italia, lavora come cameriera in un grande albergo di Torino. Durante uno “speed date” incontra Guido, ex poliziotto che ora fa il guardiano di una villa signorile. I due iniziano a frequentarsi e, proprio durante una visita di Sonia alla villa dove Guido lavora, una squadra di ladri professionisti fa irruzione nella tenuta, imprigionando i due e rubando con estrema metodicità e organizzazione ogni oggetto di valore contenuto nella villa.
In film come questi la descrizione della trama va interrotta velocemente, per evitare di togliere allo spettatore il gusto della visione. Sì perché, cosa piuttosto inusuale per un’opera italiana, questo è un film fatto non di situazioni ma di trama, eventi, azione. Il fine che si propone Capotondi, quello di tenere l’audience sul filo del rasoio, è raggiunto con successo anche se, a metà del film, se ne esce con il più squallido degli espedienti narrativi, attribuendo tutta una serie di eventi inspiegabili (per cui la platea attendeva una spiegazione) allo stato di coma temporaneo della protagonista. Sarebbe ingenuo e poco serio nei confronti dello spettatore, per fortuna che poi la trama riprende e non cade più in questo, che rimane il passo falso più grave di tutta l’opera e che dovrebbe essere bandito per legge dalla sceneggiatura di ogni thriller che si rispetti. Riprese quasi esclusivamente ambientate in interni o esterni notturni e prove recitative discrete (abbastanza bene Filippo Timi, un po’ più catatonica Ksenia Rappoport) per un film che giocherà tutte le sue carte al botteghino.
SABATO 12 SETTEMBRE
CONCORSO 66
A SINGLE MAN

Di Tom Ford
George Falconer è un docente universitario inglese trapiantato a Los Angeles. In un’America che vive nel pieno del terrore della crisi cubana del 1962, George attraversa un periodo di profondo sconforto per la morte improvvisa del suo compagno Jim, scomparso per un incidente stradale dopo sedici anni di felice convivenza. La sua amicizia con Charley, un’affascinante donna con cui ha vissuto una breve relazione eterosessuale in passato, non lo risolleva dai suoi propositi di suicidio, forse lo spiraglio del ritorno alla normalità è invece rappresentato Kenny, un giovane studente di George che non nasconde un certo interesse nei suoi confronti.
Del Tom Ford prima stilista di successo e ora regista agli esordi si è detto tutto ed il contrario di tutto, noi ci limitiamo a dire che la sua opera d’esordio è degna di nota e non risente di barocchismi o frivolezze che ci si saremmo potuti aspettare da una simile svolta professionale. Ford appare serio e competente, ha imparato la lezione e, le uniche volte in cui pare far capolino lo stilista sono i titoli di coda (Colin Firth veste Tom Ford, ma era lecito aspettarselo) e una scena stracolma di marinai in un bar del porto che sembra la pubblicità di un profumo di Moschino. Tutto qua, nient’altro.
Tutto il film si regge comunque abbondantemente sulla recitazione eccezionale di Colin Firth, qui nel ruolo della sua vita dopo troppe parti da bravo ragazzo scaricato dalle donne, eccellente nel suo aplomb inglese naturalizzato americano. Verrebbe da dire che gli è stato costruito tutto intorno per fargli ottenere la Coppa Volpi qui a Venezia e l’oscar nei prossimi mesi. Nel primo dei due obiettivi è quasi scontato che riesca, per l’altro ci vuole ancora un po’ di tempo per esprimersi.
Tolto lui, sembra quasi che il film collassi su sé stesso come un castello di carte, ma non è necessariamente un difetto.
CONCORSO 66
LOLA

Di Brillante Mendoza (secondo film a sorpresa)
In una Manila fatiscente e devastata dai tifoni, le vite di due anziane signore subiscono un ulteriore duro colpo. La prima piange il nipote assassinato per strada dopo un banale furto, la seconda è invece la nonna del criminale che lo ha ucciso. Per la prima inizia un lungo cammino di metabolizzazione del lutto, tra la preparazione delle esequie e la ricerca di aiuti per un funerale dignitoso, mentre la seconda deve racimolare una quantità considerevole di denaro al più presto al fine di raggiungere un accordo extragiudiziale con la famiglia della vittima, per evitare che il nipote rimanga in carcere.
Non ho parole per giudicare questo film, anzi stanno arrivando adesso. Questo che passa impunito sotto il nome di film è in realtà un documentario girato con poca perizia che avrebbero potuto chiamare “Le tribolazioni di due anziane a Manila”. Documentario perché non c’è nessuna intenzione di proporre uno straccio di trama credibile, le persone sono quasi sempre riprese da dietro ad altezza delle scapole, la telecamera è rigorosamente a mano per tutto il tempo, ma siamo ben lontani da un utilizzo maturo del mezzo. Il risultato è francamente fastidioso, pieno di zone buie sullo schermo, insopportabile e dà il mal di mare: altro che Lars Von Trier, se Mendoza voleva fondare un suo personale Dogma Filippino ha fallito senza appello.
Se vi sembro troppo spietato è perché non sopporto quei cineasti che girano cose per i fatti loro senza pensare che qualcuno poi se le deve anche guardare, quelli che lavorano nel totale disinteresse per lo spettatore, non vedo perché non dovremmo ripagarli con la loro stessa moneta. Fastidioso, ripeto, con un audio assordante e senza pause fatto di cani che abbaiano, nomi di bambini rissosi urlato trecento volte e altro ciarpame acustico sparato senza rispetto. Qualunque fosse l’intento, direi che non ci siamo. Sarebbe stato molto più opportuno piazzare questa opera nella sezione Orizzonti, dove Mendoza si sarebbe trovato in buona compagnia insieme ad altri registi in vena di sperimentazione e poco accorti nei confronti del pubblico. Mettere “Lola” in concorso dà a chiunque l’autorizzazione morale a presentare l’anno prossimo i propri filmini del cellulare rabberciati insieme alla meglio senza montaggio. Chi ha parlato bene di “Lola” (e qualcuno c’è), deve aver sbagliato sala e aver visto un altro film. Ciofeca numero 3 in concorso, ma non è un male: se non ci fossero cose come queste, ogni tanto, non potremmo apprezzare quanto di bello c’è invece nel panorama cinematografico odierno.
ED ORA AL VIA COI PRONOSTICI...
I film in concorso sono terminati e, tra poche ore, sapremo i nomi dei vincitori. E’ allora opportuno che qui, prima dei saluti finali, io provi almeno a fare qualche pronostico, magari non solo dettato dal mio gusto personale ma anche ponderato rispetto a quelli che sono i pensieri e i doveri di una giuria.
Dipendesse dal sottoscritto il leone andrebbe a Lebanon, magari in ex-aequo con Lourdes per la forza del suo messaggio criptato tra i fotogrammi. Vero è però che una Giuria deve anche pensare all’impatto che la sua decisione porterà al futuro dei film che giudica, premiati e non. Penso ad esempio che non si potrebbe mai premiare qualcosa di troppo ostico o mal digeribile che lascerebbe vuote le sale… ci sarebbe il rischio di squalificare commercialmente ogni futura opera che esce vincente dalla Mostra. Del resto, anche impalmare Lourdes (con le sue belle e assurde taniche di acquasanta vendute dai negozi) potrebbe rappresentare un problema non indifferente (siamo in Italia, vicini vicini al Vaticano, vi dice niente questo?) e probabilmente qualcuno si metterebbe subito a soffiare sul fuoco.
Diciamo allora che, oltre ai miei preferiti (i già detti Lourdes e Lebanon), penserei a possibili premiati anche Capitalism di Michael Moore (davvero amato dal pubblico), Life during wartime di Todd Solondz (molto buono anche se, di fatto, è un sequel), il brillantissimo Soul kitchen di Fatih Akin e il tanto strombazzato Baarìa che, fin dall’inizio ha ricevuto salamelecchi e marchette da chiunque.
Mi risulta invece ben più facile fare un pronostico sulle coppe Volpi: miglior attore a Colin Firth di A single man (quasi certo, molto più lontani sono il Viggo Mortensen di The Road e il Francesco Scianna di Baarìa) e miglior attrice a Margherita Buy di Lo spazio bianco (che pare molto più vicina al premio rispetto a Isabelle Huppert di White Material e alla Jane Birkin di 36 vues).
Resta comunque il fatto che, da regole della Mostra, non è possibile premiare lo stesso film con Leone e Coppa Volpi, quindi basterebbe attribuire il Leone ad un film per far perdere ai suoi attori il diritto di ambire alla Coppa Volpi, un po’ come è successo l’anno scorso a Mickey Rourke che si è visto soffiare il premio dal suo stesso, bellissimo film. Ogni cosa è quindi ancora in gioco, almeno fino a stasera alle 19, ora di inizio premiazione.
ULTIMI SALUTI
E siamo giunti quindi ai saluti finali. Un grazie a tutto lo staff di Cinema Invisibile e, in particolare, all’amico Marco Catola che, imperturbabile, ha gestito tutta la parte relativa alla pubblicazione dei miei pezzi da Roma e ha sempre sopportato con pazienza tutte le mie richieste di correzione. Abbracci e strette di mano virtuali anche ai paninari esosi, ai bodyguard senza corde vocali, ai gestori del casellario stampa coi pinguini e alle forze di polizia presenti al lido (speriamo che adesso li mandino in licenza e li lascino riposare, dopo tutta la fatica che hanno fatto qui alla mostra!)
Un caro saluto al direttore della mostra Marco Muller (Marco, ti ricordo i 15 euro che devi al mio amico, dai, non stiamo a fare ‘ste figurette! Guarda che l’anno prossimo mica me lo sono dimenticato) e a tutti i colleghi giornalisti che, mentre stavo in attesa di una postazione pc libera per scrivere i pezzi, loro se ne stavano belli tranquilli e pacifici a chattare su facebook. Ancora un ultimo saluto alle mie colleghe giornaliste, sia quelle che andavano alle proiezioni vestite tiratissime (da tappeto rosso praticamente) sia quelle che hanno passato 12 giorni coperte di stracci e ciabattazze che sembravano rubate dai sacchi per i ciechi. Per 353 giorni mi mancherete tanto.
Premi
Le Giurie Internazionali hanno assegnato i seguenti premi:
- Leone d’Oro per il miglior film: Lebanon di Samuel MAOZ (Israele, Francia, Germania)
- Leone d'Argento per la migliore regia: Shirin NESHAT per il film Zanan bedoone mardan (Women Without Men) (Germania, Austria, Francia)
- Premio Speciale della Giuria: Soul Kitchen di Fatih AKIN (Germania)
- Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile: Colin FIRTH nel film A Single Man di Tom FORD (Usa)
- Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile: Ksenia RAPPOPORT nel film La doppia ora di Giuseppe CAPOTONDI (Italia)
- Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente: Jasmine TRINCA nel film Il grande sogno di Michele PLACIDO (Italia)
- Osella per la miglior scenografia: Sylvie OLIVÉ del film Mr. Nobody di Jaco Van Dormael (Francia)
- Osella per la migliore sceneggiatura: Todd SOLONDZ per il film Life During Wartime di Todd SOLONDZ (Usa)
- Premio Orizzonti al film Engkwentro di Pepe DIOKNO (Filippine)
- Premio Orizzonti Doc: 1428 di DU Haibin (Cina)
- Menzione Speciale: Aadmi ki aurat aur anya kahaniya (The man’s woman and other stories) di Amit DUTTA (India)
- Premio Controcampo Italiano: Cosmonauta di Susanna NICCHIARELLI (Italia)
al regista Kodak offrirà inoltre un premio del valore di 40.000 Euro in pellicola cinematografica negativa nei formati 35 o 16mm (a discrezione del vincitore) che gli permetterà di girare un altro lungometraggio.
- Menzione Speciale: Negli occhi di Daniele ANZELLOTTI e Francesco DEL GROSSO (Italia)
Corto Cortissimo (Premi assegnati il 10 settembre 2009)
- Leone Corto Cortissimo al film Eersgeborene (First Born) di Etienne Kallos (Sud Africa, Usa)
- Candidatura Mostra di Venezia per gli European Film Awards (EFA): Sinner di Meni Philip (Israele)
- Menzione speciale: Felicità di Salomé Aleksi (Georgia)
Premio “Luigi De Laurentiis" per un'Opera Prima
Leone del Futuro - Premio Venezia Opera Prima (Luigi De Laurentiis): Engkwentro di Pepe DIOKNO (Filippine) - ORIZZONTI
Nonché un premio di 100.000 USD, messi a disposizione da Filmauro, che saranno suddivisi in parti uguali tra il regista e il produttore.
Premio Persol 3-D per il miglior film 3-D stereoscopico dell’anno (Premio assegnato l'11 settembre 2009)
- Premio Persol 3-D al film The Hole di Joe Dante (Usa)
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